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La spigolatrice di Sapri, Luigi Mercantini

"Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!". È il celeberrimo ritornello di quella che, probabilmente, è una delle più conosciute poesie risorgimentali, La spigolatrice di Sapri, composta da Luigi Mercantini in memoria dell'impresa tentata da Carlo Pisacane nel 1857.

La fortuna dell'opera – giudizio che peraltro si può estendere all'intera produzione di Mercantini – non riposa certo nella sua alta qualità lirica, ma nella capacità dell'autore di suscitare passioni patriottiche e di celebrare l'eroismo dei martiri della causa nazionale.

Mercantini, che annoverò tra i suoi estimatori personaggi del calibro di Giovanni Pascoli, fu anche l'autore di un altro celebre testo del periodo risorgimentale: la Canzone italiana, meglio nota come Inno di Garibaldi (per poter ascoltare l'inno, clicca qui), musicata da Alessio Olivieri.

Ed ecco invece il testo integrale de La spigolatrice di Sapri.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

Me ne andavo al mattino a spigolare,/ quando ho visto una barca in mezzo al mare:/
era una barca che andava a vapore;/ e alzava una bandiera tricolore;/
all'isola di Ponza s'è fermata,/ è stata un poco e poi si è ritornata;/
s'è ritornata ed è venuta a terra;/ sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra./

Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,/ ma s'inchinaron per baciar la terra,/
ad uno ad uno li guardai nel viso;/ tutti aveano una lagrima e un sorriso./
Li disser ladri usciti dalle tane,/ ma non portaron via nemmeno un pane;/
e li sentii mandare un solo grido:/ «Siam venuti a morir pel nostro lido»./

Con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro/ un giovin camminava innanzi a loro./
Mi feci ardita, e, presol per la mano,/ gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»/
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,/ vado a morir per la mia patria bella»./
Io mi sentii tremare tutto il core,/ né potei dirgli: «V'aiuti 'l Signore!»/

Quel giorno mi scordai di spigolare,/ e dietro a loro mi misi ad andare./
Due volte si scontrar con li gendarmi,/ e l'una e l'altra li spogliar dell'armi;/
ma quando fur della Certosa ai muri,/ s'udirono a suonar trombe e tamburi;/
e tra 'l fumo e gli spari e le scintille/ piombaro loro addosso più di mille./

Eran trecento, e non voller fuggire;/ parean tremila e vollero morire;/
ma vollero morir col ferro in mano,/ e avanti a lor correa sangue il piano:/
fin che pugnar vid'io per lor pregai;/ ma un tratto venni men, né più guardai;/
io non vedeva più fra mezzo a loro/ quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro./

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/