Marzo 1821, Alessandro Manzoni

E se il principe di Carignano Carlo Alberto, reggente per conto di Carlo Felice nel 1821, avesse varcato il Ticino e liberato dagli austriaci il Lombardo-Veneto? Alessandro Manzoni, molti anni dopo (nel 1848) nell'ode Marzo 1821, immagina proprio che questo fosse accaduto. E, insieme, lo stato d'animo di coloro che si apprestavano a liberare la Lombardia e l'Italia intera.

Soffermati sull’arida sponda/ Vòlti i guardi al varcato Ticino,/
Tutti assorti nel novo destino, /Certi in cor dell’antica virtù,/
Han giurato: Non fia che quest’onda/ Scorra più tra due rive straniere;/
Non fia loco ove sorgan barriere /Tra l’Italia e l’Italia, mai più!/

L’han giurato: altri forti a quel giuro/ Rispondean da fraterne contrade,/
Affilando nell’ombra le spade/ Che or levate scintillano al sol./
Già le destre hanno stretto le destre;/ Già le sacre parole son porte:/
O compagni sul letto di morte,/ O fratelli su libero suol./

Chi potrà della gemina Dora, /Della Bormida al Tanaro sposa,/
Del Ticino e dell’Orba selvosa/ Scerner l’onde confuse nel Po;/
Chi stornargli del rapido Mella/ E dell’Oglio le miste correnti,/
Chi ritogliergli i mille torrenti/ Che la foce dell’Adda versò,/

Quello ancora una gente risorta/ Potrà scindere in volghi spregiati,/
E a ritroso degli anni e dei fati,/ Risospingerla ai prischi dolor:/
Una gente che libera tutta,/ O fia serva tra l’Alpe ed il mare;/
Una d’arme, di lingua, d’altare,/ Di memorie, di sangue e di cor./

Con quel volto sfidato e dimesso,/ Con quel guardo atterrato ed incerto,/
Con che stassi un mendico sofferto/ Per mercede nel suolo stranier,/
Star doveva in sua terra il Lombardo;/ L’altrui voglia era legge per lui;/
Il suo fato, un segreto d’altrui;/ La sua parte, servire e tacer./

O stranieri, nel proprio retaggio/ Torna Italia, e il suo suolo riprende;/
O stranieri, strappate le tende/ Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,/ Dal Cenisio alla balza di Scilla?/
Non sentite che infida vacilla/ Sotto il peso de’ barbari piè?/

O stranieri! sui vostri stendardi/ Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;/
Un giudizio da voi proferito/ V’accompagna all’iniqua tenzon;/
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:/ Dio rigetta la forza straniera;/
Ogni gente sia libera, e pera/ Della spada l’iniqua ragion./

Se la terra ove oppressi gemeste/ Preme i corpi de’ vostri oppressori,/
Se la faccia d’estranei signori/ Tanto amara vi parve in quei dì;/
Chi v’ha detto che sterile, eterno/ Saria il lutto dell’itale genti?/
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti/ Saria sordo quel Dio che v’udì?/

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia/ Chiuse il rio che inseguiva Israele,/
Quel che in pugno alla maschia Giaele/ Pose il maglio, ed il colpo guidò;/
Quel che è Padre di tutte le genti,/ Che non disse al Germano giammai:/
Va’, raccogli ove arato non hai;/ Spiega l’ugne; l’Italia ti do./

Cara Italia! dovunque il dolente/ Grido uscì del tuo lungo servaggio;/
Dove ancor dell’umano lignaggio/ Ogni speme deserta non è;/
Dove già libertade è fiorita,/ Dove ancor nel segreto matura,/
Dove ha lacrime un’alta sventura,/ Non c’è cor che non batta per te./

Quante volte sull’Alpe spiasti/ L’apparir d’un amico stendardo!/
Quante volte intendesti lo sguardo/ Ne’ deserti del duplice mar!/
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,/ Stretti intorno a’ tuoi santi colori,/
Forti, armati de’ propri dolori,/ I tuoi figli son sorti a pugnar./

Oggi, o forti, sui volti baleni/ Il furor delle menti segrete:/
Per l’Italia si pugna, vincete!/ Il suo fato sui brandi vi sta./
O risorta per voi la vedremo/ Al convito de’ popoli assisa,/
O più serva, più vil, più derisa/ Sotto l’orrida verga starà./

Oh giornate del nostro riscatto!/ Oh dolente per sempre colui/
Che da lunge, dal labbro d’altrui,/ Come un uomo straniero, le udrà!/
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,/ Dovrà dir sospirando: io non c’era;/
Che la santa vittrice bandiera/ Salutata quel dì non avrà.