L’Unità si compie in due mosse: la II guerra d’indipendenza

Durante gli anni Cinquanta dell’Ottocento, il Regno di Sardegna, grazie alla regia di Camillo Benso di Cavour, era diventato per molti patrioti il punto di riferimento politico e militare del processo risorgimentale.

Gli accordi di Plombières del 1858 tra lo stesso Cavour e Napoleone III avevano legato le sorti dell’ambizioso Regno sardo con quelle della Francia, dal momento che il capo del Secondo impero, desideroso di porre la penisola italiana sotto il proprio controllo, si era impegnato a intervenire a fianco dell’alleato sabaudo in caso di attacco da parte dell’Impero asburgico.

A Cavour e ai piemontesi serviva dunque il casus belli. Il governo piemontese decise così di finanziare una consistente politica di riarmo e l’armata sarda iniziò provocatorie operazioni d’addestramento lungo il confine del Ticino. Il dado era tratto: il governo imperiale di Vienna mandò a Torino un ultimatum. Era ciò che Cavour e tutto l’entuorage della corte sabauda attendevano.

Nell’aprile del 1859 l’esercito austriaco passò il Ticino e attaccò il Regno di Sardegna. Napoleone III, sbarcato il 12 maggio a Genova, unì le sue truppe a quelle di Vittorio Emanuele II. I due sovrani avrebbero marciato fianco a fianco, mentre la guida dell’esercito asburgico, nella seconda fase delle operazioni, sarebbe stata assunta dal giovane imperatore Francesco Giuseppe.

Le battaglie che si susseguirono nel corso di questa guerra furono molte e sanguinose (Montebello, Palestro, Magenta,tra le altre); a combatterle ci furono anche reparti di volontari, come i Cacciatori delle Alpi comandati da Garibaldi (San Fermo della Battaglia e liberazione di Como).

Il destino della campagna fu deciso, nel giugno del 1859, nelle battaglie di Solferino e San Martino. I caduti su entrambi i fronti furono decine di migliaia (in totale circa 40.000), ma la vittoria favorì i franco-piemontesi. Milano era già stata liberata. Ora si poteva puntare direttamente su Venezia.

Improvvisamente, però, Napoleone III decise di  fermarsi. L’opinione pubblica transalpina non vedeva di buon occhio, infatti, un impegno così oneroso in termini di costi e vite umane. L’imperatore, a luglio, firmò l’armistizio con gli austriaci a Villafranca di Verona.

Da solo, il Regno di Sardegna non poteva affrontare il nemico. Cavour, visti messi in pericolo i propri piani, si dimise e venne sostituito da un governo guidato da La Marmora e Rattazzi.

Mentre a Zurigo si svolgeva la conferenza di pace, le popolazioni dell’Italia centrale (Toscana, Ducati di Parma e Modena, territori pontifici di Emilia e Romagna) inviavano delegazioni a Torino per chiedere l’annessione al Regno di Sardegna. Le richieste avanzate dalle assemblee dei popoli dell’Italia centrale imbarazzavano, da un lato, il governo e la corte piemontese. Dall’altro, però, affossavano le intenzioni bonapartiste di costruzione di un’egemonia francese in Italia.

Alla conferenza di Zurigo, intanto, fu deciso il passaggio della Lombardia alla Francia, e da questa al Piemonte. Inoltre, Impero asburgico e Francia espressero il proprio favore alla creazione di una confederazione di Stati italiani presieduta dal pontefice: una soluzione ormai tardiva. All’inizio del 1860, Cavour, richiamato al governo, caldeggiò lo svolgimento, nelle regioni dell’Italia centrale, di una serie di plebisciti di annessione al Regno di Sardegna.

La Francia dovette così accettare l’unione di Toscana, Emilia e Romagna al Regno di Sardegna. In cambio del favore che, infine, Napoleone III accordò a questa soluzione, il Regno di Sardegna rinunciava alla Contea di Nizza e alla Savoia che – ancora previo un plebiscito – passavano alla Francia.

All’inizio del 1860, tranne il Triveneto ancora in mani austriache, il Nord Italia era dunque riunito sotto le insegne di Casa Savoia.